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The Riese

Il budget stanziato per Riese, a detta degli stessi realizzatori/produttori, si aggira intorno alla cifra che è servita a realizzare dr. Horrible, quindi ci dovremmo trovare sui 200mila dollari. Il denaro si vede soprattutto nel dettaglio dei set e dei vestiti (si tratta di un racconto in costume), nell'uso di esterni e interni non rimediati a casaccio ma accuratamente scelti e scenografati, nello splendore delle riprese effettuate con la Red One e via dicendo. Un budget non da poco e dal quale occorre rientrare, anche perché il produttore/creatore Ryan Copple ha dichiarato a Straight di aver scelto la strada della rete perché al momento per il prodotto di un professionista come lui (con un piede nella serie A grazie a serie come quella di Stargate, ma non ancora affermato) è il mezzo migliore.
Per farlo è chiaro che avrà bisogno essenzialmente di due cose: un certo numero di veri fan e una serie di attività accessorie alla messa in onda degli episodi.
Come gli stilisti non guadagnano dagli abiti che vanno in passerella o dalle sfilate ma da borse, fibbie, occhiali e via dicendo, così anche chi opera in rete usa il prodotto più raffinato per guidare il pubblico all'acquisto di prodotti meno elaborati e più richiesti.

Come garantirsi un pubblico accanito? Come azzeccare il prodotto buono per chi è disposto a seguire una storia in rete? E come suddividere la scadenza degli episodi? A queste tre essenziali domande che si pone chiunque approcci questa forma di produzione con in mente un ritorno economico, quelli di Riese rispondono in maniera particolare con una storia dal genere poco pratico ma sufficientemente geek, lo steampunk (in pratica una sorta di fantascienza vittoriana), mettendo come sempre al centro di tutto una bellissima presenza femminile e orchestrando il racconto in capitoli, ognuno diviso in episodi, il primo dei quali della durata di 5 puntate da mettere online ogni due settimane.

Ce N'E' Per Tutti (2009)
di Luciano Melchionna

POSTATO SU
Non è ben chiaro quale sia il significato del titolo di questa seconda opera cinematografica di Luciano Melchionna, attore e regista teatrale con l'hobby del cinema, o meglio del teatro in differita. La televisione che ingloba tutti? L'insoddisfazione che è sufficiente per tutti quanti? Oppure è il film che si propone di attaccare un po' tutti?
Ecco sembrerebbe più la terza opzione che altro. Un vago attacco generico contro questi tempi.

Con un piglio teatrale che ha davvero pochissimo di filmico Melchionna scrive (con Luca De Bei) una storia corale incentrata su un ragazzo che, salito sul Colosseo, sembra volersi buttare. Sentita la notizia conoscenti e amici vogliono andare ad assistere, aiutare o vedere che sta succedendo ma per un motivo o per l'altro sembrano non arrivare mai. Ad arrivare è invece un programma televisivo ansioso di riprendere la tragedia e di incentrare la trasmissione sul suicida e la sua famiglia.
Se già il soggetto fa pensare al teatro i dialoghi e la caratterizzazione estrema dei personaggi levano ogni dubbio. Lo straniamento, la metafora abbastanza diretta e quel modo di comunicare con lo spettatore (non per immagini o per intreccio ma per frasi secche e sentenze) risultano ampiamente indigesti allo spettatore di cinema puro, ma anche andando oltre questa contaminazione che sa di cattiva traduzione semiotica rimane la sostanza di un'opera snob, un meccanismo che pretende di essere decodificato e che non prevede alcun livello di lettura immediato.

Melchionna e Bei guardano la società dall'alto come il loro protagonista, ne giudicano gli atteggiamenti, rimpiangono la fine delle possibilità di espressione per i poeti ma anche la fine di un mondo dai valori umanistici alti. Attricette, tronisti, presentatrici, donne frivole e donne insoddisfatte, uomini medi e via dicendo ce n'è per tutti (appunto) ma non per qualcuno che valga la pena attaccare.
E' peggio l'ignorante vittima di un sistema, ingannato da chimere vaghe o l'intellettuale che si ritiene migliore e tenta di insegnargli come vivere senza neanche la decenza di mascherarlo, in un film che per toni, stile e aspirazioni non sarà mai visto da quelle persone che mette alla berlina? Possiamo, in pochi, puntare il dito e ridere dei molti senza farci vedere? Possiamo, ancora, fare un attacco alla tv del realismo e alla tv del dolore con il grottesco senza operare una seria riflessione su cosa quei meccanismi implichino? In un film prodotto da Anna Falchi!

Comunicazione di servizio

Come avrete notato è cambiato il template
C'è più spazi per i post, di più per i widget e le cazzate varie, si vedono più cose senza dover scorrere ed è organizzato meglio.
Vedete anche che la cosa non è proprio definitiva, ci sono cose ancora da decidere e avverranno piccoli aggiustamenti.
Questo per dire che sono andato vicino all'esaurimento per questo cambiamento quindi vi pregherei di far pervenire con ordine e con tatto i vostri "Era meglio prima".

Cellulite e Celluloide - Il podcast

Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Si comincia con qualche news su progetti futuri per passare subito ad illustrare il gigantesco catastrofico 2012, poi si parla con una punta di delusione di Gli Abbracci Spezzati e con moltissima delusione di Good Morning Amman.
Si parla ancora di Nemico Pubblico, balzato in testa al botteghino, nonchè di Parnassus

LA PUNTATA DEL 13/11/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Segreti Di Famiglia (Tetro, 2009)
di Francis Ford Coppola

POSTATO SU
Se c'è una cosa apprezzabile di questa nuova vita indipendente di Coppola è come se ne freghi di quelle regole hollywoodiane di culla dello spettatore cui è dovuto sottostare per decenni. Gira storie magari convenzionali ma affrontate con un piglio decisamente arrogante. E se anche Un'Altra Giovinezza non era stato un esordio così felice questo Tetro ha un suo morboso perchè.

Innanzitutto, e viva la faccia, c'è una storia vera con cambi di facciata, molte decisioni da prendere, colpi di scena e scene madri, un racconto propriamente detto che incastri personaggi e situazioni in una serie di eventi che possono o meno rivelarne le tensioni.
Certo tutto quanto è molto diluito in due ore e dieci che sembrano un po' più lunghe di quanto non siano ma la lentezza coppoliana è sopportabile, specie quando è motivata da un passo controllato che si prende la briga di raccontare il quotidiano, l'inutile (che è ovviamente la cosa più utile per costruire i personaggi) e il contorno.

Questo contorno scelto è l'Argentina, trattata con il solito atteggiamento hollywoodiano a metà tra lo stereotipo e il tradizionale. Non è cattiveria, è che per usare le parole di Coppola "ho scelto l'Argentina perchè sono rimasto conquistato dalla sua musica, dai suoi ambienti e dalla sua cucina", non quindi dalla sua realtà. L'Argentina di Coppola è lo stereotipo per turisti, il tango che esce dalle case e le coppie passionali, è la solita teatralità dello scenario che vince sulla scena. Cosa vecchio stampo e, oggi, abbastanza fastidiosa.

Per fortuna l'essenza del racconto si svela nell'ultimo terzo di film, precipitando tra colpi di scena e immagini evocative. Nel tirare le fila del racconto Coppola dà il meglio di sè: la trasfigurazione dell'animale morente che guarda i personaggi (che classico intramontabile!), il colpo d'accetta contro la finestra che mostra il volto di Vincent Gallo tra le crepe, il dialogo con l'ombra, la confessione con la rappresentazione teatrale di sfondo (un realtà/finzione almodovariano) , gli intermezzi musicali annunciati da Scarpette Rosse che ne imitano lo stile ma con la forza della colorazione digitale e via dicendo.
Nel finale Tetro mostra davvero la sua essenza tira le fila di tutto il raccontato rivelando ragionamenti e contraddizioni più complessi delle chitarre degli inizi, riuscendo a mostrare tensioni tra ammirazione, aspirazione e conflitti interiori altrimenti inesprimibili a parole.
Cosa voglia dire fare un lavoro creativo, cercare l'arte nella propria vita e cercare di venire a patti con se stessi attraverso essa, ma anche il rapporto tormentato tra finto e vero e come il finto spesso riveli il vero.
Questo è il vecchio Coppola.

Valentino: L'ultimo Imperatore (Valentino: The Last Emperor , 2009)
di Matt Tyrnauer

POSTATO SU
Non è chiaro se sia capitato per felice scelta, per caso o grazie ad un'accurata pianificazione ma fatto è che il documentario sugli ultimi due anni dell'impero Valentino (quelli prima del ritiro dalle scene dell'omonimo stilista) è un piccolo gioiello che ci consente di scorgere il finzionale nel reale, il retorico nel prosaico. Sembra difficile immaginarlo ma forse davvero Matt Tyrnauer, giornalista di Variety e regista per l'occasione, aveva in mente di raggiungere questo scopo.

Come nei migliori film di finzione e nelle più grandi storie inventate infatti le persone diventano personaggi quasi subito, l'ambiente in cui agiscono è irrealmente paradossale e metaforico e la spalla a sorpresa ruba la scena al protagonista con una grande performance.
E' Giancarlo Giammetti infatti il vero protagonista di Valentino: L'Ultimo Imperatore, tanto che lo stilista stesso ad un certo punto sembra accorgersene in una piazzata nella quale si lamenta di non essere il centro assoluto delle riprese. Per chi (come me prima di vedere il film) non sapesse di chi si parla, Giammetti è il socio di Valentino da quasi 50 anni, ha sempre curato la parte amministrativa dell'impero e per un periodo ha fatto coppia con lui.

Tyrnauer non appartiene all'ambiente della moda e si vede, la guarda con lo sguardo incuriosito a tratti scandalizzato e spesso divertito dell'uomo comune di fronte ad un mondo così sfarzoso e colmo di grotteschi particolari (specie quelli che circondano l'opulento stile di vita di Valentino Garavani), questo genera un curioso cortocircuito tra realtà e finzione. Il documentario non mente mai ma riprende le persone come fossero personaggi. Valentino e Giammetti battibeccano scambiandosi battute che sembrano scritte per come sono originali e recitate per quanto sono divertenti, come in una trama ben oliata il progressivo avvicinarsi al ritiro di Valentino si fa sempre più incalzante a mano a mano che si scopre come il passaggio di proprietà (a favore della famiglia Marzotto) abbia lasciato scontenti i due e infine il contorno di personaggi famosi, amici, stilisti, maggiordomi, sarte e cani è degno dei migliori allestimenti teatrali.

Il mondo di Valentino nelle immagini di Tyrnauer somiglia alle commedie italiane degli anni '50 per come raffinati uomini di moda come lo stilista protagonista si affidino ad esilaranti collaboratrici e sarte dall'accento (e dall'umorismo) romanesco che gli fanno da spalla comica, ma ricorda in certi momenti anche il miglior screwball, diventa un melodramma quando lo spettatore comincia ad intuire la straordinaria dedizione di Giammetti verso Valentino ricambiata da qualche lacrima e alcuni abbracci e infine pare un film di Visconti quando dipinge lo stile di vita ottocentesco dello stilista.

Valentino ha odiato questo film fino a che non ha cominciato a ricevere premi e ad essere apprezzato in tutto il mondo. Ora ne è il principale sponsor.

New Moon (id., 2009)
di Chris Weitz

New Moon è peggio di Twilight, che era tutto sommato salvabile. Stupido ma salvabile. Questo è mal raccontato, che è più grave, l'omonimo libro è adattato in fretta, i sentimenti (che sono il centro della vicenda) sono spiegati malissimo e di conseguenza crolla il gioco di bigottismo della Meyer, quello per il quale gli uomini desiderabili sono mostri e cedere alle pulsioni sessuali può voler dire perdere la propria anima se non morire.

La verità è che in questo Harmony-emo i vampiri ci stanno solo per fare arredamento gotico, la loro essenza non c'entra (sic!) nulla con il racconto, sono un espediente come un altro per giustificare l'esigenza di non cedere alle pulsioni sessuali. In Romeo e Giulietta a contrastare l'amore era la famiglia, qui la paura di morire, ma il succo è sempre quello del grande sentimento che non riesce a compiersi appieno perchè tarpato da qualcosa. E' ciò che è alla base di tutta la letteratura popolare femminile e anche dei film di Almodovar.
Il punto di New Moon, è dare nuova veste a questo tipo di dinamica eterna e spingere il più possibile sul desiderio sessuale di soddisfazione romantica.

Uomini dal fisico scolpito che si dimostrano forti, protettivi, animaleschi, teneri e rassicuranti che però non possono essere toccati accanto a vampiri emaciati fascinosi e irrimediabilmente perduti. E nessuno dei due può donare soddisfazione benchè stia sempre lì lì per farlo.
Il mio unico interrogativo è come finire una saga del genere. Qual è il finale commercialmente perfetto? Quello che non scontenterà il pubblico?
Ovviamente so che già esiste il finale e lo posso leggere ovunque, vi pregherei quindi di non scriverlo nei commenti, preferisco vedere come viene costruito nel terzo film.

Risposte a domande che avete sulla punta della lingua: l'ambientazione italiana è ridicola come sempre, Dakota Fanning compare per 10 minuti e vorresti guardare solo lei, è la Meryl Streep under18.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Si comincia con 24 Hour Party People arrivato in qualche cinema di Roma in ritardo ma dopo poco si parte con la grande lode a Nemico Pubblico, si continua con L'Uomo che Fissa le Capre, poi in discesa con Alza la testa, si annuncia il prossimo arrivo di 2012 e si consiglia caldamente Marpiccolo.
C'è poi il momento delusione per Gli Abbracci Spezzati e si racconta la storia di Metropolis in occasione della proiezione speciale all'Auditorium.
In chiusura piccolo momento per This Is It.

LA PUNTATA DEL 06/11/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Frammenti

È arrivata al terzo episodio (venerdì sarà la volta del quarto) Frammenti la serie italiana per la rete (in onda anche in televisione su Current Tv, canale 130 di Sky) che sperimenta una curiosa fusione tra racconto per il web e alternate reality game, cioè quei giochi che prevedono un forte coinvolgimento degli utenti e che ipotizzano scenari alternativi a partire da elementi della nostra realtà (luoghi, oggetti, eventi...).
La serie è incentrata attorno al Letenox, farmaco definito come un "sedativo memoriale" in grado di cancellare parte dei ricordi, che sta per essere messo in commercio. C'è un protagonista (Lorenzo Soare) che conduceva un'inchiesta su di esso e che aveva scoperto cose sensazionali ma, avendo iniziato ad assumerlo per motivazioni oscure (si scopre nel secondo episodio), ricorda poco e i frammenti sono appunto le parti che vanno ricostruite dal pubblico al termine della messa in onda di ogni puntata prima dell'inizio della seguente. Il gioco ha origine online, nelle pagine dei singoli video, ma si sposta subito nel mondo reale. Gli indizi infatti vanno cercati ovunque, in rete come per strada.

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo (The Imaginarium of Dr. Parnassus, 2009)
di Terry Gilliam

POSTATO SU
E' talmente particolare il modo di lavorare, concepire e realizzare le sue opere che alla fine un film rimestato e rielaborato per far fronte alla morte di uno dei protagonisti sopraggiunta a metà lavorazione è uno dei migliori tra gli ultimi di Terry Gilliam.
Appurato che i tempi di Brazil e Paura e Delirio a Las Vegas sono lontani si può affermare che Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo è un'opera riuscita e in certi momenti dotata di lampi di quella complessità visiva e quella stratificazione narrativa che sono la cifra del miglior Gilliam.

Innanzitutto la trama, stranamente lineare e foriera di poche divagazioni che non siano funzionali ad una storia che di suo ne prevede, merito probabilmente del ritorno di Charles McEwon. Il dr. Parnassus controlla la propria mente e l'immaginazione degli altri consentendo a chiunque attraversi lo specchio del suo carrozzone ambulante (veramente bello) di entrare nella propria. Ogni attraversamento è un passaggio tra il mondo reale e quello finzionale (leggasi: digitale) nel quale i personaggi si trovano a scegliere tra il Diavolo e Parnassus stesso.
Parnassus da millenni fa scommesse con il Diavolo e negli ultimi anni si è giocato l'anima della figlia, per tenerla stretta deve collezionare più anime del principe delle tenebre e in questo lo aiuta un nuovo arrivato, cioè Heath Ledger.

Se tematicamente Gilliam non si allontana mai troppo da se stesso (alla faccia della grande immaginazione!) e anche visivamente rimane vincolato ai suoi standard (i saggi barboni, il mondo dei senza tetto delle grandi città, le lenti deformanti e la profondità di campo, i santoni e infine il contrasto tra i sogni, nel senso di aspirazioni, e la realtà vissuta) narrativamente stavolta trova una nuova unione riuscita tra l'esigenza di raccontare una storia canonica e quella di mettere in scena l'inenarrabile, la scintilla di assoluto alla quale anela, quell'avvicinamento costante al mondo dell'assurdo più o meno carroliano (bellissimo il passaggio giorno/notte con il riflesso in acqua).

Certo, l'impressione che più che mettere in scena una vera immaginazione Gilliam metta in scena gli stereotipi di quella che solitamente pensiamo sia una grande immaginazione, è forte. Ma se ci si svincola da questo probabilmente fondato sospetto (che è il regista stesso a sbatterci in faccia) si trova un film sorprendente e meno stralunato di quel che si possa pensare incentrato sulle possibilità di essere quello che non si è. Che rivedere le proprie opere a metà non gli faccia davvero bene??

Gli Abbracci Spezzati (Los Abrazos Rotos)
di Pedro Almodovar

POSTATO SU
Questi sono i classici film sui quali non si scrive a caldo. Quelli che deve passare un po' di tempo, su cui ripensi, vedi che ti è rimasto e li guardi con un po' di distanza. E invece sono qua.

Non ho mai nascosto la mia passione per il cinema classicissimo rielaborato, ricucinato e rimestato di Almodovar, l'amore per le sue trame implausibili, le sue trovate da feuilleton, la sua messa in scena barocca e il suo sentimentalismo che sa essere spicciolo con pathos, insomma per tutte quelle cose che altrove sono citate come difetti ma che nei film di Almodovar trovano un equilibrio, una maestria e una partecipazione inedite che li rende espedienti per un grande racconto. Come se lui fosse il primo a non riuscire a non commuoversi nel raccontare quelle storie.
Se c'è una caratteristica su tutte che citerei come emblematica del regista spagnolo è la capacità e la volontà di fare racconti che siano tali nel senso più stretto. Intrecci fortissimi, trame complesse colme di risvolti e personaggi emblematici. La versione gay di Tarantino.

Preciso tutto questo perchè è proprio quello che manca in Gli Abbracci Spezzati. Nonostante si pianga spesso, nonostante ci siano diverse sublimi implausibilità e nonostante il discorso di fondo sia ancora una volta sulla potenza e l'importanza dei racconti che facciamo agli altri e a noi stessi, stavolta manca il vero pathos, manca cioè una sostanza dietro i pianti e gli occhi lucidi dei personaggi. Stavolta Pedro è il primo a non commuoversi per la storia che racconta.

Gli Abbracci Spezzati è narrato per ellissi temporali, come spesso si è visto nella sua produzione recente, e mette in scena il rapporto passionale tra un regista e la sua attrice contrastato dal vecchio marito di lei che è anche produttore del film. Si parte dal melodrammatico per finire con tinte noiresche date dalla fuga d'amore dei due.
Questa volta sembra che a fronte delle sempre straordinarie idee di messa in scena (le coperte soffocanti, l'autodoppiaggio e altre mille che non citerò) manchi qualcosa di vero da raccontare. La storia dell'amore travolgente non sa essere più feroce incazzatura come nei primi film del maestro, nè splendida indulgenza verso le donne come nella produzione dei tardi anni '90 e nemmeno puro entertainment come spesso è capitato. Stavolta è un melodramma poco sapido come tanti altri che si vedono in giro.

Piccole godurie per fan sono i rimestamenti del cinema almodovariano: il film nel film (Donne sull'orlo di una crisi di nervi), la scena di Viaggio In Italia (già citato in Il fiore del mio segreto), l'ossessione delle riprese già vista in Kika, l'espediente della traduzione sonora di qualcosa che è muto (Tacchi a spillo, ma anche Donne sull'orlo di una crisi di nervi) e la disabilità fisica (Carne Tremula).

Sull'andare al cinema da bambini

A.O. Scott sul senso di tanta favolistica infantile tradizionale e non adesso che al cinema si vedono film come Fantastic Mr. Fox, Nel paese delle creature selvagge e Coraline
[...] Will “Fantastic Mr. Fox” be too scary for youngsters? Too confusing? Maybe, for some. But so was “Coraline,” Henry Selick’s pitch-perfect adaptation of Neil Gaiman’s kiddie-gothic novel. So was “Edward Scissorhands,” Tim Burton’s indelibly dark portrait of the artist as a young goth. (A retrospective of Mr. Burton’s work will open at the Museum of Modern Art in New York on Nov. 22; his new film, “Alice in Wonderland,” will be released next year.) So is “The Wizard of Oz” and half the books in the children’s section of the library. And so, of course, is “Wild Things.”
The impulse to protect children from these kinds of stories is understandable. Like adults, they experience plenty of hard feelings in their daily lives — at home, on the playground, in the classroom, in their dreams — and they may want, as we do, to use movies and books as a form of escape. Bright colors, easy lessons and thrilling rides that end safely and predictably on terra firma have their place. But so, surely, do representations of the grimmer, thornier thickets of experience. That’s what art is, and surely our children deserve some of that too. Which includes movies that elicit displeasure and argument along with rapture [...]
(via New York Times)

E che centra con il cinema?

E' morto ieri alla prematura età di 100 anni (sic!) Claude Levi-Strauss, padre dell'antropologia moderna (come da definizione su Wikipedia) ma in realtà molto di più. Pensatore e fondatore dello struttural-funzionalismo. In pratica un mito. Se gli accademici fossero come i rockettari si sarebbe urlato ad ogni sua affermazione, ci sarebbero rose su rose sulla sua tomba e i poster con il suo volto si venderebbero agli angoli delle strade.

Se vi chiedete davvero cosa centri tutto questo con il cinema non avete mai approfondito le sue tesi. Ci sono più spunti sulla comprensione dei meccanismi del racconto in quelle pagine che nei mensili di critica.

Già il trailer è tra i migliori italiani di sempre

Sento già il profumo delle grandi litigate.

TOP GAME SCORE: Uncharted 2: Among Thieves (VG)
a cura di Compatto

Uncharted 2 è un videogioco per PS3 che segue le avventure del simpatico archeologo Nathan Drake. M entre nel primo episodio Drake seguiva le tracce del suo antenato Sir Francis Drake in questo episodio l’archeologo deve scovare un antico tesoro perso da Marco Polo durante una spedizione.

Il primo episodio fu un enorme successo grazie all’ottimo gameplay, bei scenari, cut scenes sempre più cinematografiche e ovviamente una trama degna di nota.
Dopo 2 anni era immancabile un seguito e la domanda era: possibile che il seguito sia meglio dell’originale che già di suo era spettacolare? La risposta ovviamente è sì.
Tutto quello che si è visto in Uncharted: Drake’s Fortune è stato raddoppiato nel sequel Among Thieves e forse è per questo che alcune recensioni nominano Uncharted 2 come la vera killer application della PS3, io devo concordare perché effettivamente questo gioco è perfetto, l’unico problema è che prima o poi finisce.

Oltre che al gameplay alla grafica e a cut scenes Uncharted 2 deve il suo enorme successo anche al suo protagonista Nathan Drake, sembrerà una stupidaggine ma vedere Drake cadere, farsi male e cavarsela (in molte occasioni) grazie all’aiuto di altre persone lo rende più umano, simpatico e disperato, e personalmente parlando preferisco questi tipo di persone ai classici protagonisti che non si fanno un graffio e che se la sentono calda. Passiamo allo score.

Fino a qualche anno fa Greg Edmonson era famoso solo per aver musicato lo score della serie tv Firefly, ora invece è per lo più riconosciuto per il suo lavoro nei due capitoli di Uncharted. Mentre lo score del primo non mi aveva conquistato, questo è invece degno di nota, anche se la durata dell’album è breve (solo 50 minuti).
Suonato dai 70 membri della Skywalker Symphony Orchestra questo score si divide tra musica ‘da scoperta’ come dico io, musica drammatica e ovviamente l’immancabile musica d’azione, e proprio quest’ultima è stata la parte più difficile da scrivere secondo il compositore perché per musicare le scene in-game tocca usare la propria immaginazione visto che non c’è una linea da seguire come c’è invece durante le cut scenes che in pratica sono dei filmetti.

Bravo Greg Edmonson a sta botta ti sei fatto valere, anche se a mio avviso serviva in cd un po’ più sostanzioso, 50 minuti sono pochi soprattutto se si pensa che lo score totale ammonta a oltre 2 ore.

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